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Illanguidimento

Lo stato di allerta costante ci ha indeboliti fisicamente e spiritualmente: per questo ci sentiamo così languidi

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(questo articolo è stato pubblicato su BergamoNews: clicca qui per vederlo)

Non siete particolarmente stanchi, non siete particolarmente stressati e molto probabilmente non siete depressi.

Quello che sentite è l’illanguidimento, termine diventato noto in questo 2021/22 a seguito dell’uscita dell’articolo di Adam Grant, giovane psicologo e docente della Wharton Business School della University of Pennsylvania.

Cosa significa illanguidimento?

Per spiegarlo è necessario fare una piccola parentesi.

Siamo nei primi anni 2000. Lo psicologo americano Corey Keyes elabora un modello teorico di salute mentale, in seguito utilizzato in moltissime ricerche accademiche. Secondo questo modello il benessere psicologico di una persona passa dalla floridezza (uno stato in cui le persone provano emozioni positive e di soddisfazione della propria vita e nel rapporto con gli altri) al suo opposto – l’illanguidimento – una condizione di malessere che porta ad avere mancanza di interessi e di iniziative, sia per sé stessi che nei confronti degli altri.

Difficoltà di concentrazione e assenza di entusiasmo, anche di fronte a successi e belle notizie, sono alcune delle manifestazioni di questo mood 2021.

Anche di fronte ad una sensazione così diffusa, causata dal protrarsi degli effetti della pandemia, le persone cercano di reagire e, per via di una cultura popolare molto radicata, cercano di non mollare mai.

Non mollare è stato uno dei grandi slogan del nostro territorio durante il periodo più drammatico della storia della nostra provincia: “Bergamo Mola Mia” rimarrà una frase indelebile nella nostra memoria.

Mettercela tutta e non mollare dona la sensazione, durante momenti estremi, di non essere vinti: attiva le persone a fare l’impossibile.

Ma se durante il pieno dell’emergenza questo poteva instillare motivazione ed energia, lo stato di allerta costante ci ha indeboliti fisicamente e spiritualmente: per questo ci sentiamo così languidi.

L’osservazione di alcuni fenomeni e tendenze che si stanno diffondendo nel mondo fa pensare che mollare potrebbe avere un significato diverso rispetto all’accettare una sconfitta. Pensate a Simone Biles, la ginnasta cinque volte campionessa mondiale: il suo ritiro dalle Olimpiadi di Tokio non fa di lei né una perdente né una pessima atleta.

Questo periodo ci ha insegnato che ci sono vere urgenze e vere priorità: la salute, il rispetto per gli altri, gli affetti, cose che tutt’ora sentiamo ogni giorno a rischio.

La scelta di perseverare dovrebbe essere compiuta solo nei confronti di ciò che conta veramente. e forse non dovrebbe essere un’abitudine o un automatismo che dipendete dall’approvazione sociale.

Qualcuno sta mollando, decide che qualche cosa va cambiato nella propria vita oppure si sta prendendo il tempo per fermarsi a riprendere fiato. Mollare potrebbe voler dire buttar via vecchie convinzioni e rinunciare a stili di vita che in passato non hanno portato benessere.

Avrete sicuramente sentito parlare della Great Resignation, il fenomeno della grande rinuncia che ha investito nell’ultimo anno gli Stati Uniti: chi rinuncia al vecchio lavoro e si dimette, chi rinuncia ad una relazione, chi rinuncia alla vecchia casa.

Focalizziamoci sul lavoro: in tempi normali le persone potevano “permettersi” di lasciare il lavoro ed era sintomo di un’economia ricca e florida perché c’era la possibilità di trovare un lavoro migliore, meglio retribuito o più stabile.

La pandemia ha distrutto questo paradigma, portandosi dietro una delle più importanti ondate di dimissioni della storia e non per un eccesso di ottimismo.

Sono cambiate molte cose: il rapporto fra dipendenti e responsabili, il rapporto con il proprio tempo, il rapporto con gli altri e il rapporto con la propria identità.

La flessibilità oraria e il lavoro da casa ‘concesso’ durante la pandemia, ha fatto scoprire ad alcuni lavoratori, ad esempio, l’importanza dell’auto-gestione e della responsabilizzazione, con i propri ritmi e i propri spazi. Tornare indietro è difficile.

La gestione famigliare – per lo più in capo alle donne – ha messo in evidenza la difficoltà di conciliare modalità di lavoro tradizionale e famiglia in un momento in cui le scuole rischiano di dover attivare la Didattica a Distanza in qualunque momento.

Quitter” – colui o colei che molla ed è un termine che avrete sentito in qualche telefilm in lingua originale – nella cultura americana è sinonimo di perdente.

Oggi vi propongo un nuovo significato: una persona che rigetta l’idea di buttare via tempo e ha bisogno di fermarsi per capire in che direzione vuole andare.

Ci sono fenomeni recenti legati alla cultura del “mollare”, come la YOLO Economy citata in un recentemente apparso su Forbes. YOLO sta per You Only Live Once che potrebbe essere tradotto con l’antico detto “Si vive una volta sola”.

Kevin Roose, editorialista di tecnologia del New York Times, ha rilanciato questo acronimo parlando di un fenomeno che starebbe coinvolgendo i Millenials e parte della Generazione Z, ovvero colo che sono nati tra il 1981 e i primi anni 2000: l’abbandono del posto fisso per avviare una nuova attività.

La pandemia ha insegnato che non siamo immortali e si vive una volta sola: forse… e dico forse, tanto vale buttarsi in una radicale avventura lavorativa.

Che cosa state decidendo di “mollare”?

Prendetevi il tempo di pensarci. Fate questa ricerca in Google: cercate nella sezione immagini “A 90 Year-Human Life in Year”. Troverete un’infografica con dei pallini o dei quadratini: quella è la rappresentazione del numero di anni di vita in media di un essere umano, e in fondo, non sono poi così tanti!

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