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Inadeguatezza

Sindrome della Capanna, Sindrome dell’Impostore e qualche riflessione utile

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Il senso di inadeguatezza per qualcuno potrebbe essere diventato pesante, intensificato da una situazione di isolamento.

Il senso di inadueguatezza, non aiuta le persone, soprattutto i collaboratori che, rimasti isolati nelle loro case per mesi, magari sottoposti a un’alternanza di “vita, lavoro, scuola” stressante, non sono riusciti a mettere confini.

Sono persone affaticate dalla situazione.

Molto affaticate. 

Secondo la società italiana di Psichiatria (la SIP), più di 1 milione di italiani rischia di aver sviluppato la cosiddetta Sindrome della Capanna, ovvero la tendenza ad avvertire un senso di disagio, inquietudine ansia quando si esce di casa e si chiude la porta alle spalle.

Cosa è successo? Da una parte C’è tuttora paura di uscire per un discorso sanitario e dall’altra chi cerca di fare come se nulla fosse, mettendo in atto una specie di rimozione del momento traumatico vissuto a livello collettivo. 

È impossibile pensare di fare una gestione delle risorse umane umana, senza considerare ciò che le persone hanno vissuto nell’arco di un anno.

Non solo a livello locale ma a livello mondiale. 

Ho letto in un’intervista fatta  a Massimo di Giannantonio, presidente della società italiana di psichiatria, che per molti il ritorno alla routine precedente, “il ritorno al proprio ruolo”, suona come una minaccia: ci si confronta con insicurezza economica in aggiunta alla preoccupazione per la salute. 

Se i dipendenti hanno paura di perdere il proprio posto di lavoro, ci sono imprenditori e responsabili che hanno paura di perdere il proprio ruolo sociale.

Non è stato facile, soprattutto per chi è stato obbligato a mantenere chiusa l’attività, giustificarsi. 

Si: Giustificarsi di fronte agli altri ma ancor prima di fronte a se stessi, come se l’incapacità di poter riattivare il proprio lavoro e garantire lavoro ai propri collaboratori fosse una sconfitta personale. 

L’impatto psicosociale non può essere ignorato da chi si occupa di risorse umane. 

Sarebbe come ignorare un elefante nella stanza. 

La regressione accompagna i momenti di crisi.

La tentazione di rimanere chiusi in casa, dove le certezze sono elementari e l’aggressività degli altri è limitata, è forte. 

La pandemia ci ha fatto regredire perché abbiamo dovuto ricominciare a preoccuparci dei bisogni primari. 

Forse lerrore era prima.

Stavamo vivendo sopra le nostre possibilità, consumando come se non ci fosse un domani, e pensando a una produttività totalmente insostenibile che non ci faceva pensare a un bilanciamento concreto del nostro io professionale e io personale. 

Questa situazione ha permesso un dilagare del senso di inadeguatezza. 

In questo senso viene percepito soprattutto da chi non riesce a staccarsi dal contesto. 

Le persone che già prima erano molto critiche verso se stesse, adesso stanno vivendo una crisi legata al ruolo. 

Sono una brava imprenditrice nonostante non riesca a garantire un flusso di vendite che diano stabilità e liquidità alla mia azienda, nonostante una crisi globale?

Sono un pessimo responsabile se non riesco motivare i miei dipendenti che sono stanchi e preoccupati dalla loro situazione personale?

Sarò all’altezza di questa situazione? Ce la farò? Riporterò il mio business ai ritmi di prima?

Invece, per chi ha vissuto questo periodo di digitalizzazione della vita come un momento strategico per aumentare il proprio business, la paura è: E ora che si torna fuori,  le persone saranno disposte a vivere così intensamente la realtà digitale? 

Vi lascio un immagine: avete presente il barone rampante di Calvino? Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista del libro, sale su un albero per protestare contro i genitori, ma finisce per rimanerci, al punto che la vecchia normalità e il vecchio mondo non gli appartengono più: sono una cosa che non desidera più.

Qualcuno potrebbe aver sperimentato la stessa necessità, sopratutto alcuni lavoratori dipendenti che hanno sperimentato un ritmo nuovo di vita, più sostenibile e umano, dato dallo smart working, naturalmente con le giuste condizioni in casa, non c’è il desiderio di tornare fuori.

Significherebbe rinunciare al quel poco di work-life balance che si è creato.

Vi confesso che continuo ad avere dei momenti da barone rampante

Ho iniziato il blog di tematiche che per me erano importanti e che con la pandemia sono diventati temi fondamentali e noti: casa, smart working, l’organizzazione personale.

Desideravo ritmi di lavoro più sostenibili, per me e per le persone che avrebbero lavorato con me, e ora devo stare attenta perché pensare di ritornare indietro non mi viene naturale.

Vorrei restare sull’albero. 

Vorrei conservare il meglio che ha dato questa esperienza digitale: conciliazione vita e famiglia, evitare spostamenti inutili, incontrare gente fuori dal mio territorio.

Vorrei allo stesso tempo riprendere la socialità di un tempo e pensare di viverla senza distacco e barriere.

E arriverà il momento!

Penso sia facile sentirsi inadeguati in questo periodo, soprattutto se si ricopre un ruolo con una certa responsabilità. 

Ci sono delle situazioni che non vengono proprio scelte. 

Pensiamo ad un lutto – e questo anno è stato l’anno dei lutti! – che ha portato ad ereditare un’attività, oppure situazioni dove la persona viene messa alle strette e forzata ad entrare nel business famigliare. 

Non deve essere stato facile. 

E’ banale ma è vero.

Pensiamo ai giovani startupper che hanno iniziato perché spinti da un’idea e si sono illusi che le persone avrebbero lavorato al progetto solo perché spinti dalla stessa determinazione e intuizione. 

E poi è arrivata la noia e il troppo lavoro.

Neanche la bellezza di un mega concerto e di un viaggio hanno contribuito a dare un senso a chi ha lavorato tantissimo a schermo.  

Ma ci pensate?

Quest’anno siamo stati privati del viaggio: quale è stato il senso di lavorare così tanto, soprattutto per i più giovani?

Famiglia, amici, collaboratori?

Un responsabile e un imprenditore non possono ignorare  abitudini cambiate e aspettative disattese. 

Si ha la responsabilità di vedere l’altro, con distacco, ma immaginando la sua vita. 

Quando si diventa responsabili di un progetto si ha la certezza di una cosa: si è novelli e, a meno che non si abbia avuto la fortuna di affiancarsi ad una persona che sapeva perfettamente svolgere il suo ruolo, ci si sente insicuri e inesperti. 

Non sappiamo se stiamo facendo giusto o sbagliato, ammesso che giusto o sbagliato siano dei parametri guida. 

E’ normale avere dubbi su se stessi in campo professionale quando si ha a che fare con gli altri. 

Non saremmo spinti a crescere se non fosse così. 

In sostanza ci si sente inadeguati nei confronti delle persone. 

Delle nostre risorse umane. 

Ricordarsi il proprio ruolo è centrale, per non sentirsi inadeguati. 

Cosa sono? (Attenzione: non dico chi sono!) 

Sono un imprenditrice, sono una responsabile. 

Tempo fa – più di 10 anni fa –  avevo partecipato ad un evento organizzata dall’associazione formatori italiani: si chiamava teatro d’impresa, e mi aveva colpito un’attore che aveva inscenato il dramma di un medico che era passato dal fare operazioni chirurgiche di routine a svolgere un ruolo di coordinamento manageriale all’interno della struttura ospedaliera. 

Nel monologo, questo “formattore” diceva, parafrasando “ma io non sono adeguato? io sono un bravo medico, non so parlare di costi. Non mi piace gestire le persone, perché mi hanno fatto questo? Mi sento inadeguato”. 

E’ stata una scelta organizzativa imposta, ed è normale che al momento, quando le persone devono ricoprire ruoli più importanti, si sentano inadeguati. 

Imprenditrici, imprenditori e responsabili avvertono il senso di inadeguatezza, come se si dimenticassero del loro ruolo. 

Elevarsi di ruolo significa staccarsi un pochino da quello che si era prima, col rischio di percepirsi più incapaci e soprattutto… inadeguati. 

Cosa succede quando ci si sente inadeguati? Si ha paura di sbagliare. 

La paura di sbagliare potrebbe portare le persone a rinunciare alle proprie intuizioni oppure a sottovalutare delle idee che potrebbero essere innovative. 

Purtroppo quando si parla di gestione delle risorse umane non è facile fare degli esempi che possano essere colti al volo da tutti. 

La situazione si vive, in realtà il senso di inadeguatezza di fronte agli altri è estremamente diffuso, a meno che una persona non sia accecata da un’enorme ego e sentimento di supremazia. 

Quello che succede nelle relazioni fra le persone in azienda,  rimane un evento privato. Ed è giusto che sia così.

Io lo colgo perché faccio coaching con/a imprenditori e responsabili. Sono dentro e ho la fortuna di conoscere le persone. 

Spesso queste persone non possono ammettere le proprie difficoltà, e non lo fanno con piacere neanche con me: verrebbe visto come deboli.

Ma siamo tutte risorse umane. 

Invece, è proprio ammettendo il senso di inadeguatezza che è possibile cominciare a lavorare su tutto ciò che ci fa sentire inadeguati. 

Avevo letto un bel giro di parole sull’inadeguatezza che faceva così: 

Noi inadeguati dovremmo stare solo con altri inadeguati e raccontarci storie di inadeguatezza in un nascondiglio inadeguato. 

Tradotto: nessuno si salva e lo spazio comune dove ci si parla e si racconta la verità – ovvero che a tutti capita di non sentirsi adeguati – è sempre un territorio strano. Non sappiamo quanto sia vero. 

Altra situazione dove ci sentiamo inadeguati in un contesto organizzativo? Quando ci troviamo di fronte a persone più esperte di noi. 

Logicamente ci ritroveremo ad avere a che fare con persone che ne sanno più di noi, o meglio, che sanno fare qualche cosa in maniera estremamente specifica e tecnica più di noi. 

Esistono corsi che insegnano l’imprenditoria sotto aspetti strategici, fiscali, marketing… ma come si insegna l’autorevolezza e ad ottenere la fiducia da parte dei propri collaboratori? Come si fa ad ottenere la stima?

Tutto si costruisce: serve tempo, strumenti di condivisione, ascolto e comunicazione. 

Sembra che gli imprenditori di una volta fossero tutti dei geni che hanno fatto tantissimo successo. 

Leader carismatici che tutti ricordano come grandi personalità,  rispettate e amate. 

Forse anche questi imprenditori del boom economico, hanno trovato condizioni più favorevoli a fare determinati tipi di business. 

Il successo aiuta gli altri a riconoscerci il potere!!!   

Oggi il successo è un po una maledizione, che insieme al grado di esposizione social aumenta il senso di inadeguatezza.

Non sono abbastanza brava a fare quel che faccio, figuriamoci a condurre un’azienda e delle persone! 

Abbiamo un’ansia da prestazione fuori controllo. 

La misurazione della performance, tipica delle Risorse Umane, è una schiavitù. 

E’ abbastanza normale sentirsi sempre inadeguati. Oggi sembra che si debba sapere tutto!! 

Soprattutto chi studia e si forma incappa in questa trappola: più sai e più sai che devi sapere! 

Ho visto imprenditrici e imprenditori lasciarsi intimorire dai loro dipendenti senior. 

La maggior parte le volte in maniera preventiva, ci sono delle responsabili che, si nascondono per evitare questo genere di situazioni. 

“Evito di parlare di innovazione al mio collaboratore che a vent’anni di esperienza perché mi sembra di prenderlo in giro, di dire cose che non capirà”. Sono frasi che ho sentito dire in qualche realtà.  

Nei contesti di azienda familiare, se hai a che fare con le stesse persone che ti hanno visto crescere diventa ulteriormente complicato esprimere visioni innovative.

C’è la sensazione che dall’altra parte – s’intende da parte dei collaboratori – non ci sia un apprezzamento, stima. 

E cosa possiamo fare se ci troviamo a pensare e a mettere in dubbio di essere delle persone rispettabili nel nostro ruolo? 

Riconoscere che c’è un problema. 

Cè una sindrome chiamata dell’Impostore che si manifesta come condizione psicologica caratterizzata dall’incapacità di interiorizzare i propri successi e dal terrore di essere additati come impostore.

Che cosa succede alle persone che soffrono di questa sindrome? 

Ci sono i blocchi, un’esasperazione del controllo e continui dubbi su quello che si dice trasmette alle altre persone. 

Possono essere collaboratori, possono essere amici, possono essere conoscenti, fatto sta che questa sensazione costante di sentirsi indegni di rispetto nel proprio ruolo, è una situazione vissuta da tantissime persone che ricoprono un ruolo di responsabilità e sono in gamba.

Secondo uno studio de Psychology Today una rivista americana che tratta di temi psicologici, pare che il 70% delle persone che occupa posizioni importanti si senta un impostore. 

Questo colpisce soprattutto le donne. 

Facciamo un piccolo test. 

Vediamo se avete qualche sintomo da sindrome dell’impostore.

  • Avete paura di fallire?
  • Avete un dialogo interno negativo?
  • Siete ossessionati per gli errori del passato?
  • Avete delle sensazioni di incompetenza e dubbi sulle vostre capacità?
  • Avete paura che qualcuno vi possa dare dell’impostore? 
  • Avete tendenze al perfezionismo?
  • Avete un’ossessione per la preparazione ed esagerate nel preparavi?

Quando si è di fronte a collaboratori, obiettivamente più capaci e tecnici di noi, non dovremmo puntare sulla nostra perfezione.

Non dovremmo sentirci meno. 

Dovremmo pensare al nostro ruolo: guidare queste persone perché facciano il meglio! 

Il ruolo ci aiuta ad assumere il controllo del personaggio che siamo in quel momento: imprenditore, responsabile, consigliere, mentore… non siamo il ruolo che esercitiamo.

Rispetto a competenze tecniche e specializzazioni che non saremmo mai in grado di gestire ed acquisire, – ma perché non ne abbiamo il tempo – cosa può imparare a fare colui e colei che si ritrovano a gestire le persone? 

Ascoltare di più, cercare il modo di valorizzare al massimo quella persona, approfondire tematiche legate ad investimenti, strategie di vendita, ricerca e sviluppo di prodotto e servizio. 

Non serve che io conosca esattamente quello che sa fare il mio collaboratore. 

Sentirsi inadeguati potrebbe ricordarci di rimanere umili. 

L’umiltà per definizione è considerata una virtù, dove la persona riconosce i propri limiti, lontano da forme di orgoglio

Si: l’umiltà ci fa vedere dove possiamo migliorare, ma non deve diventare una forma di censura al nostro talento.

Nascondendosi dietro all’umiltà ci sono imprenditori che sono talmente coinvolti nell’operatività che non prendono il tempo per pensare a come far sopravvivere per anni e anni lo loro azienda.

Non è produttivivo come atteggiamenti. 

Nelson Mandela diceva: 

“Non c’è passione nel vivere in piccolo, nel progettare una vita che è inferiore alla vita che potresti vivere.”

Se facessimo finta di dover fare veramente le cose in grande, andando oltre il nostro sentimento di inadeguatezza, come potrebbe andare?

E adesso, alcune dritte per cercare di lavorare sulla sindrome dell’impostore e sul senso di inadeguatezza: 

  • prima di tutto riconosci e accetta ciò che hai: ti è capitato di diventare imprenditrice? Ti è capitato di assumerti un ruolo di responsabilità: è quella la strada! 
  • Quale è il tuo compito nell’organizzazione? Non guardare gli altri, prendi spunto ma non lasciare che sia il perfezionismo o la paura a dominarti
  • Controlla la voce interiore, dagli una voce bella, calda. Immagina il tuo doppiatore preferito che parla e ti dice frasi gentili. 
  • Fate questo esercizio complicato: cercate di capire che personalità ha questa voce interiore, che tratti somatici potrebbe avere, che parole usa…. Studiare il nemico interiore. 
  • Imparare ad apprezzare i complimenti: 
  • Non smettere di imparare: studia, informati , aggiornati, fatti ripetere e ripetere da un tuo collaboratore cosa sta facendo 
  • Lascia che gli altri ti aiutino, questo è veramente importante. 
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