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Non è un paese per mamme

E’ vero che con il COVID la situazione per alcune mamme lavoratrici è diventata insostenibile? In realtà lo era anche prima.

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(La breve storia di Valeria, che riguarda molte donne, che prima o durante la pandemia sono rientrate al lavoro)

VALERIA da quando è rientrata al lavoro dopo la maternità è cambiata. Si sente in difficoltà. Non vuole ammetterlo, ma nasconde un problema. Il rientro al lavoro dopo aver avuto un bambino spesso non è facile. Valeria aveva fatto tutti i suoi piani, si era organizzata con nonni e babysitter, così da poter dare la disponibilità a tutte le ore per riunioni e progetti importanti. Desiderosa di fare, si è scontrata con alcune barriere invisibili, che solo se ci sei passata riesci a vedere. E queste hanno offuscato quell’enorme patrimonio di competenze che la maternità e la cura di un bambino aiutano a sviluppare. Competenze, senza dubbio, per niente valorizzate, quando si parla di lavoro da dipendente. E la pandemia ha peggiorato una situazione che già prima non andava bene.

Non è facile per una donna che ha figli lavorare

Ci sono donne che ci riescono e in qualche modo sminuiscono l’impegno, ma il problema è diffuso e riguarda tante. Un rientro non organizzato, soprattutto dopo il primo figlio, può spingere una dipendente a dimettersi o una libera professionista a rinunciare alla propria attività. Si parla spesso di difficoltà nel conciliare lavoro e figli ma si parla poco del calo della motivazione dovuto a una cattiva gestione del rientro. La risorsa viene danneggiata da mortificazioni invisibili e questo ne danneggia la produttività. Ancor meno si parla di carico mentale e di mancanza di aiuto pratico nella gestione delle nostre attività nel tempo, nell’organizzazione degli spazi e delle risorse che darebbero strumenti in più alla donna per affrontare sia il carico professionale sia quello familiare.

Se non c’è pianificazione non c’è progettualità

In un’azienda, la mancanza di un progetto a seguito del reinserimento della dipendente fa sì che questa non possa svolgere le sue attività a pieno: se non c’è pianificazione non c’è progettualità e non vengono considerate alcune variabili (come gli imprevisti dovuti alla malattia dei figli); nel peggiore dei casi i responsabili o team leader ignorano totalmente i bisogni della persona e il contributo che può dare dopo un’esperienza di vita così intensa come la nascita di un essere umano. Non credo sia cattiveria, ma spesso non ci si pensa. In un’intervista Sheryl Sandberg, direttrice operativa di Facebook, disse che quando lavorava per Google fu la prima a far presente che sarebbe stato comodo avere dei parcheggi dedicati alle donne incinta vicini alla sede. Il problema non si era mai posto e nessuno si era organizzato di conseguenza perché nessuno ci aveva pensato. La dipendente-madre viene etichettata come persona poco flessibile e incapace di adeguarsi alle necessità e alle urgenze dell’azienda. Meno tempo in azienda viene associato a meno produttività. Questa convinzione dà luogo a discriminazioni che incidono negativamente sulla motivazione della lavoratrice. Io mi auguro che in seguito alle nuove forme di lavoro sperimentate in seguito alla pandemia, alcune credenze siano state smentite e che finalmente si darà il via a una progettualità dove è possibile definire un personale orario di lavoro, in base alle proprie necessità, a fronte di obiettivi e attività da svolgere.

La donna si ritrova a rinunciare al lavoro perchè non ha energia sufficiente

Detto questo ci sono situazioni in cui la donna si ritrova a rinunciare al lavoro perché non ha l’energia per condurre da sola una piccola battaglia. Uno dei casi più comuni è quello in cui la neomamma si trova ad affrontare un demansionamento informale con il mantenimento della medesima retribuzione. Può essere incaricata di attività meno prestigiose e molto più operative (rispondere al centralino, fare gli archivi, fare da segretarie alle colleghe). Al contrario, a volte si verificano delle promozioni (con l’aumento delle responsabilità) ma senza che ci sia un aumento dello stipendio, approfittando del fatto che la lavoratrice-madre non senta di essere al top delle prestazioni.

Quest’atteggiamento è socialmente tollerato: ci sono poche segnalazioni perché la donna sente un gran senso di responsabilità per il mantenimento della prole, ha paura di essere emarginata, danneggiata e portata alle dimissioni qualora facesse emergere il problema. In più è un tabù: ammettere di aver bisogno di aiuto sembra equivalere ad ammettere carenze nella propria organizzazione personale.

Aggiungiamoci che il carico domestico e la non riorganizzazione della propria vita generano insicurezza, ed ecco che la donna si autoconvince che un cambio di ruolo a mansioni inferiori sia la soluzione migliore per sé e per l’azienda.

Risultato? Una persona qualificata e competente con basse prestazioni, bassa produttività. Valeria non voleva ammetterlo, ma il suo problema non riguarda solo lei. Riguarda moltissime donne.

Nel caso delle libere professioniste il fattore tempo e organizzazione è fondamentale forse più che in altri lavori. Queste lavoratrici si ritrovano ad affrontare un periodo delicato della vita senza aiuti rilevanti, con la necessità di rientrare il prima possibile al lavoro, non solo per passione e vocazione, ma per vera e propria necessità economica. Nel caso della libera professione non è sufficiente fare un lavoro che si ama e provare una fortissima motivazione per sentirsi produttive dopo un periodo così delicato. Sarebbe opportuno per loro ricevere un sostegno per la maternità. In questo modo si potrebbe optare per una produttività sostenibile: che tenga sì conto della motivazione, ma che dia la possibilità di rispettare i tempi della ripresa, fisica e mentale, a seguito dell’arrivo di un figlio.

L’unica cosa da fare è parlarne, parlarne, parlarne

C’è bisogno che di queste tematiche se ne parli sempre più. Le competenze di una donna che rientra dalla maternità non devono essere buttate via così. Sarebbe bello, un giorno, dare per scontato che ci sono una serie di servizi a supporto anziché lasciare che sia la famiglia a doversi organizzare in maniera del tutto autonoma. Intanto è utile alzare l’asticella per i servizi che già sono erogati.

Mi rendo conto che parlare di un tema come quello della maternità e del demansionamento non sia facile e che non può essere integralmente ricondotto a un tema organizzativo. E allora dove voglio arrivare? A rendere sempre più diffuso e comune il pensiero che debbano esistere misure a sostegno del rientro della maternità; se da una parte è prevista l’organizzazione da parte della famiglia (tutti gli aspetti che toccano la gestione delle risorse esauribili quali tempo, spazio, energie e soldi), dall’altra dovremmo spingere sempre di più a favore di politiche di supporto importanti che incentivino le aziende a adottare misure di conciliazione.

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