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Maternità: i danni di un rientro disorganizzato

Al rientro spesso la donna viene lasciata sola

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La cattiva gestione del rientro di una donna dopo la nascita di un figlio è un caso comune di disorganizzazione aziendale. Un rientro non organizzato, insieme alla mancanza di dialogo fra lavoratrice-madre e azienda, può spingere la dipendente a dimettersi. Questo è proprio ciò che avviene in Italia a circa il 78% delle lavoratrici madri (ISTAT).

Si parla spesso di difficoltà nel conciliare lavoro e figli ma si parla poco del calo della motivazione dovuto ad una cattiva gestione del rientro della risorsa e che ne danneggia la produttività. Ancor meno si parla di carico mentale e di mancanza di aiuto pratico nella gestione del tempo, nell’organizzazione degli spazi e delle risorse che darebbero strumenti in più alla donna per affrontare sia il carico professionale che quello familiare.

Spesso non c’è nessun progetto dietro al reinserimento della dipendente: non c’è pianificazione, non c’è progettualità, non vengono considerate alcune variabili; nel peggiore dei casi i responsabili o team leader ignorano totalmente i bisogni della persona e il contributo che può dare dopo un’esperienza di vita così intensa come la nascita e crescita di un essere umano. La mamma viene etichettata come persona poco flessibile (a livello di orario) e incapace di adeguarsi alle necessità e alle urgenze dell’azienda. Meno tempo in azienda viene associato a meno produttività. Questa convinzione dà luogo a discriminazioni che  incidono negativamente sulla motivazione della lavoratrice.

Uno dei casi più comuni è il demansionamento in costanza di stipendio. Significa che la neo-mamma viene privata del ruolo precedente pur mantenendo la stessa retribuzione e incaricata di attività meno prestigiose e molto più operative. Al contrario, a volte si verificano delle promozioni (con l’aumento delle responsabilità) ma sempre in costanza di stipendio, approfittando del fatto che la lavoratrice-madre non senta di essere al top delle prestazioni.

Quest’atteggiamento è socialmente tollerato: ci sono poche segnalazioni perché la donna sente un gran senso di responsabilità per il mantenimento della prole, ha paura di venire emarginata, danneggiata e portata alle dimissioni qualora facesse emergere il problema. Sappiamo tutti quanto sia difficile oggi per una donna con figli trovare un lavoro stabile. Una donna privata del ruolo che ricopriva prima della maternità può ritrovarsi ad affrontare queste situazioni:

  • mancanza della postazione di lavoro (significa che la persona non sa dove sedersi fisicamente!)
  • trasferimento di sede
  • assenza totale di un progetto di reinserimento con obiettivi chiari e proposte concrete
  • assegnazione di compiti non riferibili all’inquadramento contrattuale e totalmente privi di pregio

La tolleranza verso questo fenomeno è diffusa culturalmente: molte donne hanno subito lo stesso trattamento, di conseguenza queste forme di discriminazione di genere sono accettate dalle donne stesse. Paura e isolamento fanno sì che ci siano poche denunce.

C’è da considerare che la lavoratrice madre vive un senso di inadeguatezza e debolezza:

  • non si sente al meglio della propria performance
  • sente di trascurare la famiglia
  • trascura se stessa
  • non si sente pienamente produttiva al lavoro

Percepisce la sua azienda come inefficiente vivendo un calo dell’engagement. Riconosce di avere un carico di lavoro aumentato – anche se non retribuita, la gestione ordinaria di una famiglia è lavoro – e non ha tempo di fare un’analisi della situazione per trovare strategie organizzative che possano aiutarla. Questa situazione genera insicurezza ed è per questo motivo che la donna si autoconvince che un cambio di ruolo a mansioni inferiori sia la soluzione migliore per lei e per l’azienda.  

Risultato? Una persona qualificata e competente con basse prestazioni. Il prezzo di questa disorganizzazione è alto per tutti: per l’azienda, per la lavoratrice e per la società che sta dimostrando che il cammino verso la conciliazione vita-lavoro è ancora lungo. Ma ci arriveremo.

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