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Sindrome della capanna

Sentite un senso di inadeguatezza per affrontare il mondo? Non siete soli

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Condivido l’articolo che è uscito su Bergamonews il 6 giugno 2021: clicca qui per vederlo

Se vi sentite inadeguati ad affrontare il mondo non vi preoccupate: siete in buona compagnia.

Il senso di inadeguatezza per qualcuno potrebbe essere diventato un accompagnatore sempre presente, alimentato da una situazione di isolamento e dalle difficoltà economiche.

La percezione generale, in merito alla ripresa di tutte le attività, sta migliorando con la diffusione dei vaccini, ma per una serie di motivi si respira fatica nell’aria.

È faticoso uscire di casa, riprendere a pieno la normalità, a volte interagire.

Vi ritrovate anche voi?

Secondo la società italiana di Psichiatria (la SIP), più di un milione di italiani rischia di aver sviluppato la cosiddetta Sindrome della Capanna, ovvero la tendenza ad avvertire un senso di disagio, inquietudine e ansia quando si esce di casa e si chiude la porta alle spalle.

La sindrome della capanna è il contraccolpo psicologico dell’esperienza dei mesi scorsi.

Tra le varie cause: terrore verso il mondo esterno, paura di ammalarsi, il timore di contagiare i propri cari, la convinzione di non ritrovare più il mondo che si conosceva prima.

Abbiamo sperimentato tutti queste fasi. Chi più chi meno.

Massimo di Giannantonio, presidente della Società italiana di psichiatria, in un’intervista rilasciata all’Internazionale ha detto che per molti il ritorno alla routine precedente – quindi, aggiungo io, il ritorno al proprio ruolo – suona come una minaccia in quanto ci si confronta con insicurezza economica in aggiunta alla preoccupazione per la salute.

Se i dipendenti hanno paura di perdere il proprio posto di lavoro, sull’altro fronte ci sono imprenditori e professionisti che hanno paura di perdere il proprio ruolo sociale, la possibilità di continuare a dare lavoro alle persone, o proficue occasioni per sviluppare il proprio network professionale.

E se la fatica nascesse dal doversi giustificare di fronte agli altri, ma ancor prima di fronte a sé stessi?

Come se l’incapacità di poter riattivare il proprio lavoro o garantire lavoro ai propri collaboratori fosse una sconfitta personale, e non una condizione contingente ad altre che va affrontata.

Avrete notato – e parlo a chi come me è stato costretto ad una permanenza molto lunga in casa – una spiccata tendenza all’irascibilità (per strada, in macchina…)? Ecco: fa parte di questa chiusura prolungata, proprio come succede a chi è costretto a una lunga degenza o a rimanere in casa a causa del freddo gelido per mesi.

Stiamo vivendo una fase di regressione? A tratti, sì.

La regressione accompagna momenti di crisi e la tentazione di rimanere chiusi in casa, dove le certezze sono elementari e l’aggressività degli altri è limitata, è forte.

Vi lascio questa immagine: avete presente il “Barone rampante” di Italo Calvino?

Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista del libro, sale su un albero per protestare contro i genitori, ma finisce per rimanerci, al punto che la vecchia normalità e il vecchio mondo non gli appartengono più: sono una cosa che non desidera più.

Ora: noi siamo saliti metaforicamente sull’albero perché costretti da un’emergenza sanitaria.

Quando saremo disposti a scendere del tutto?

Qualcuno potrebbe aver sperimentato la stessa necessità di Cosimo di evasione, ad esempio come alcuni impiegati che hanno sperimentato un ritmo nuovo di vita, più sostenibile e privo di pendolarismi.

Anche senza uno spirito di ribellione molte persone preferiranno “rimanere sull’albero” nei prossimi mesi.

L’importante è non rinforzare i muri della capanna sull’albero, in quel caso è meglio farsi aiutare. Come scrisse Calvino nel Barone Rampante:

“Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori”.

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